UN AMORE SILENZIOSO

 

 

Avevo dato da poco l’esame d’Anatomia Umana. Era stata dura, lunghe notti passate sul ponderoso Testut Latarjet, a studiare visceri, vene, polmoni, tendini, muscoli d’ogni tipo. Di giorno me ne stavo rintanato in Istituto, con un cranio ingiallito tra le mani, a scoprire dove le ossa si saldano al cervello, pensando ogni tanto all’esistenza mentre facevo il verso ad Amleto, e il cuore mi batteva un po’ più forte. Adesso l’estate mi attendeva ed ero deciso a viverla fino in fondo, prima che l’autunno la risucchiasse nei suoi gorghi di foglie ingiallite e di malinconia. La cena al volo, un bacio a mamma e pà, quindi di corsa al lungomare gonfio di vita e di colori, sotto le alte palme che guardavano l’orizzonte e le lampare lontane. Dal gruppo degli amici più cari mi venne incontro Alfio, col sorriso sornione e i capelli arruffati, da perfetto monello. Mi abbracciò con l’allegria che gli disegnava sul viso piccole rughe di simpatia antica. Dopo avermi dato il benvenuto tra i vivi, cominciò a raccontarmi tutto quello che era avvenuto a Riposto, mentre io sbuffavo al gran caldo di Catania, disperso tra soporifere lezioni e pasti d’emergenza alla Casa dello Studente. Gli piaceva rivelarmi i particolari d’ogni cosa di cui fosse venuto a conoscenza, liti, avventure, tradimenti, incidenti, eventi vari. Era una memoria storica del pettegolezzo, ma lo faceva così, senza malignità, per piantarci sopra alla fine i freschi fiori di sonore risate. Dopo aver fatto progetti di conquista, gli chiesi se la biondina dallo sguardo strano fosse ancora libera o avesse trovato il grande amore e partimmo, in due sul motorino, per gustare la notte. In genere tutto naufragava alle prime ore del mattino al “Mare Kambo”, tra un boccale di birra e i versi blasfemi di Baudelaire, ma eravamo felici, distanti dagli affanni della vita, e le ragazze ci trovavano brillanti. “Sai”, mi disse all’improvviso, una sera che la musica della discoteca ci aveva rotto i timpani ed eravamo scesi sulla spiaggia ad evaporare la noia, “ho dimenticato di dirti una novità”. Prima che gli chiedessi cosa, esclamò solenne: “Giorgino s’è fatto fidanzato!” - “Non dire balle, Alfio, Giorgino fidanzato?!” - “E’ vero”, aggiunse serio, “dovresti vedere com’è cambiato adesso”. Non mi sembrava vero, Giorgino il muto, un povero ragazzo mezzo scemo, che bazzicava tra noi come un topino, agitato da una frenesia che non sapevi da dove gli venisse, desideroso di strapparci un cenno di consenso, di sentirsi uno di noi. Vestito sempre in modo strano, per attirare le donne, a volte emulava Bruce Lee, e spiccava certi salti da cavalletta impazzita, tentando di urlare come il mitico cinese. Ma la voce gli moriva in gola e la sua faccia da clown si faceva afflitta. “Vieni”, disse il mio amico, “andiamolo a cercare, quasi ogni sera viene qua con lei”. Lo scorgemmo più in là, insolitamente elegante, con una sgargiante cravatta verde, seduto sotto al gazebo di legno, nell’angolo dove una buganvillea, dai fiori rosso arancio, s’arrampicava ai raggi della luna. Lei gli stava accanto, carezzandogli la mano tozza, leggendo a lume di candela da un libretto appoggiato al tavolino. Era davvero bella e sembrava sognasse mentre gli ripeteva, lentamente ”…questo amore, così violento, così fragile, così tenero, così disperato…” Lui la guardava rapito, leggendole sulle labbra ogni parola e il suo volto era quello di un uomo innamorato. Lo salutammo con gesti veloci, senza avvicinarci oltre e Giorgino accennò con un gesto del capo al suo amore, portandosi poi la destra al centro del petto e stringendo forte il pugno. Il largo sorriso che ci regalò sembrò stridere con un’ombra di tristezza che gli velava lo sguardo, sotto le folte sopracciglia nere. L’estate corre troppo svelta ed è incostante, spesso si porta via le cose che fa nascere, un poco come il mare, che ti mostra una conchiglia e poi la sotterra sotto coltri di sabbia. Così ogni volta che lo incontravo, Giorgino mi sembrava più cupo, sperduto, confuso in chissà quali pensieri, aveva smarrito l’allegria, non scherzava più. Poi restò solo. Capirai, si disse in giro, una così non sarebbe mai potuta rimanere con uno scherzo della natura come lui, di certo aveva voluto provare un piacere diverso, magari per scacciare la noia e, dopo essersi stufata, l’aveva mollato. Cercammo inutilmente di aiutarlo in qualche modo, a noi piaceva così com’era sempre stato, anche se ogni tanto lo prendevamo in giro, senza malizia, e veramente lo volevamo bene. Non si vide in giro per molti giorni e sebbene ogni tanto ci chiedessimo dove fosse finito, a nessuno venne in mente di andare a cercarlo, non avevamo tempo. Fu l’ultima notte d’agosto che lo trovarono, impiccato alla cravatta verde, nella sua piccola casa bianca, vicino al porto, con la finestra socchiusa, dalla quale entrava l’odore della salsedine e il rumore di quelle onde che non aveva mai sentito. Sopra il tavolo della cucina, una candela ancora accesa, quasi completamente consumata, e un piccolo libro aperto sui versi di Prevert.

  Giuseppe Risica