Giuseppe
Risica
“
IL RITRATTO ”
(
racconto )

Mi dispiace, disse con tono impersonale il professor Martinez, ma non c’è
alcuna possibilità di recuperare la vista, nemmeno con un intervento
chirurgico, la sua è una malattia sconosciuta per la quale non esiste ancora alcuna terapia valida. Juan Ramon non parlò, ma un’onda gelida percorse il suo corpo,
insinuandosi in ogni anfratto
facendolo lievemente barcollare, mentre i muscoli del volto si
contraevano, disegnando una smorfia di sofferta incredulità ma non versò una
sola lacrima. Il consulto col professore,
oftalmologo di fama mondiale, costituiva l’ultimo anello di una lunga catena
di visite con relative terapie, tutte senza alcun esito, a cui Juan Ramon si era
sottoposto, ininterrottamente, dal momento in cui si era accorto che sua vista,
da un giorno all’altro, aveva preso a diminuire rapidamente ed in modo
drammatico. Che strani scherzi gioca il
destino! Proprio a Juan Ramon, che avrebbe potuto fare a meno di qualsiasi cosa
ma non della vista, a lui che con i suoi occhi sapeva catturare ogni particolare
di ciò che osservava, anche quello che a tutti gli altri sfuggiva. Era successo
proprio a lui, al più grande pittore spagnolo vivente.
La moglie cercò
di sorreggerlo ma, con fare brusco, le allontanò la mano che, con tenerezza e
decisione, l’aveva afferrato al braccio, finì di parlare col medico, quindi
si fece accompagnare a casa in assoluto silenzio.
Juan era un pittore
straordinario, ogni suo quadro emanava, insieme ad una bellezza tangibile, un
senso di assoluto, di sublime capace di toccare anche l’animo più duro. Così
i suoi paesaggi, le scene di vita, i ritratti, qualsiasi cosa dipingesse, veniva
come trasfigurata sulla tela. Egli riusciva, con assoluta naturalezza, a
riprodurre ogni soggetto, non come era realmente, ma proprio per come i suoi
occhi di artista l’avevano visto. Però, come la
luna, misteriosa regina della notte che spesso amava dipingere, anche lui aveva
due facce.
Così a quella
sensibilissima, quasi mistica dell’artista, si contrapponeva l’altra ruvida,
spesso inespressiva dell’uomo. In effetti, aveva
sempre concesso molto poco a chi gli stava vicino. Scarsamente incline alle
tenerezze, estraneo al sorriso, viveva la sua vita sociale come una sorta di
fastidio, una sgradita incombenza che l’allontanava
da quella che era la sua vera ragione d’esistere : l’arte.
Era come se il
sacro fuoco che gli ardeva dentro e
che materializzava nei suoi dipinti, avesse bruciato ogni altro sentimento. La
sua rigidezza lo faceva apparire come privo di quelle emozioni che, al
contrario, rendevano unici i suoi quadri. Sembrava che due personalità si
agitassero in continua lotta tra di loro, tenacemente intrecciate, nello stesso
individuo.
Il suo
atteggiamento davanti al pianto era addirittura di rabbia.
Gli capitava, a
volte di assistere alle lacrime, di gioia o di dolore, della gente e questo, non
riuscendo a comprenderne il significato, provocava in lui un senso di profondo
disgusto per un atto ritenuto inutile, che gli sembrava, altresì, incompatibile
con la vera essenza di un uomo. Pur soffrendo, nemmeno nei giorni in cui la
morte gli aveva rubato i genitori, le sue labbra avevano sentito il triste
sapore del sale.
Le persone che
gli stavano vicino, sua moglie, i pochi amici, avevano imparato a convivere con
queste sue caratteristiche che gli impedivano di essere un uomo veramente
unico.
Solo per la sua
unica figlia, Alma, aveva degli slanci di sentimento impetuosi.
Lei era
bellissima, i lunghi capelli, neri come la notte, incorniciavano un volto che
esprimeva ogni sentimento più nobile, su cui, come due fiaccole, si accendevano
due profondi occhi scuri, incredibilmente simili ai suoi. Aveva voluto che sin
da piccola studiasse il pianoforte. Gli piaceva osservare, assorto in chissà
quali pensieri, le sue mani, sottili e
eleganti, carezzare la tastiera con
movenze divine, godendo delle sensazioni
sublimi che la musica gli regalava. Spesso, amava dipingere mentre lei suonava,
felice di stargli vicino.
Soltanto Alma,
che riteneva l’emanazione di se stesso, aveva il permesso di assistere mentre
lavorava, in una specie di furore estatico.
Ora, seduto nel
suo studio, le larghe spalle appena curvate, il capo inclinato, avvolto in una
coltre greve di silenzio, pensava che non avrebbe mai più dipinto. La spavalda
sicurezza che traspariva da ogni suo atteggiamento non c’era più. Si sentì,
per la prima volta nella vita, inutile. Non riusciva ad accettare tutto questo.
Ogni cosa gli appariva insopportabile, qualsiasi strada sbarrata. L’angoscia
montava sinuosa in lui come una marea, soffocando
ogni residuo di vitalità. La speranza, era una luce che si spegneva,
risucchiata nel nell’abisso sempre più oscuro dei suoi occhi di ghiaccio. Lui
così forte, si scorse d’un tratto inerme, costretto a ricorrere agli altri
per ogni sua necessità e sentì la voglia di vivere fuggire veloce, come le
ultime ombre al calare del sole.
Pensò ad Alma,
che presto si sarebbe sposata.
Non l’avrebbe
vista risplendere nel suo abito di giglio, non avrebbe potuto accompagnarla
all’altare e, soprattutto, non sarebbe riuscito a farle il solo regalo che lei
gli aveva chiesto per le nozze: un ritratto, insieme ai genitori, da portare con
sé nella sua nuova casa.
Si strinse la
testa tra le mani, pressando forte sulle tempie come a fermare un ottuso ronzio
che cresceva incessante facendolo impazzire, i gomiti poggiati sulla scrivania,
le dita affondate -quasi a cercare un appiglio- tra i riccioli grigi dei suoi
capelli, perennemente scompigliati.
Il respiro era
lievemente affannato di ansia sottile, ma non una lacrima solcò il suo viso.
L’ombra della
sconfitta si stagliò immensa tra i chiaroscuri della sua mente e desiderò
morire. Aprì il cassetto al centro della scrivania, tirando piano il pomello
d’avorio con le sue iniziali scolpite, vi infilò la mano destra e cercò a
tentoni. Sentì subito il freddo contatto col metallo della pistola che teneva
in mezzo alle sue carte e gli sembrò di carezzare la morte.
Stette così,
immobile, per un tempo interminabile, quasi sospeso in una atmosfera surreale,
in bilico tra l’incubo e la realtà, mentre oceani di immagini gli inondavano
i pensieri. Tra queste, improvvisa, si fermò quella di Alma ed il suo cuore
stanco ebbe un sussulto improvviso. La vide nel suo candido abito da sposa. Era
bella come sempre, ma il suo volto esprimeva un dolore indicibile, la malinconia
tingeva la sua pelle vellutata di un pallore profondo, le sue labbra senza
sorriso socchiuse in una
espressione stranita, deformate da uno stupore senza voce.
Si scosse di
colpo, riaffacciandosi alle porte dell’esistenza, mentre fitte gocce di sudore
fiorivano sul suo viso tormentato, simili a brandelli di pioggia dopo una
tempesta sulle foglie ferite degli alberi.
Non avrebbe dato
a sua figlia questo dolore, non avrebbe colorato col nero della morte un giorno
che doveva essere di gioia.
Decise che avrebbe vissuto e
che Alma avrebbe avuto il suo regalo di nozze. Nel più assoluto segreto
fece montare al fedele maggiordomo una tela sul cavalletto, facendo poi
raggruppare i colori ed i pannelli e disponendoli in un ordine ben preciso che
impresse nella sua mente, lucidamente. Ogni notte si alzava in
silenzio, recandosi nello studio, dove, come sempre, nessuno aveva il permesso
di accedere. Avanzava con fare incerto,
come il volo di un uccello ferito sbanda nel cielo, aggrappandosi a fili
d’aria per non cadere. Urtava i mobili, gli oggetti, barcollando. Inciampava,
crollava in ginocchio sul pavimento, si rialzava a fatica, ma non si fermava,
spinto da una forza inarrestabile prima sconosciuta, la forza dell’amore.
Poi, divenne sempre più
abile. Si muoveva con la precisione di un pipistrello, agile come un felino.
Nello studio, seduto davanti alla tela, che ogni tanto controllava con le mani,
dipingeva con un fervore instancabile. Con gli occhi della sua anima, prima
completamente chiusi, riusciva a vedere perfettamente ogni cosa. I particolari,
i colori, la luce, le intime sensazioni. Aveva quasi la sensazione di penetrare
nel dipinto, nuotando dentro l’anima di tutto quello a cui dava forma.
Tutto gli era molto più chiaro, adesso. Il quadro prendeva forma
sempre più. Il volto di sua moglie, Dolores – che lo aveva sempre amato
totalmente, soffocando dentro di sé la sofferenza per la sua indifferenza – a
sinistra, Alma al centro, il proprio volto a destra. Un insieme che di rado la
realtà aveva visto. Notte dopo notte lavorava
con tenacia, mentre la data delle nozze si avvicinava e i preparativi fervevano,
pur nel tangibile dispiacere per il dramma del Maestro, che aleggiava pesante
sulla casa. Fu spesso sul punto di
abbandonare tutto, ma non si arrese. Quando sentiva lo sconforto
assalirlo, serrava i pugni, serrando con forza le mascelle, a volte mordendosi
le labbra fino a segnarle di sangue, ma non pianse mai.Giunse il giorno
tanto atteso. Di fronte alla chiesa, Alma gli strinse le sue grandi mani tra le
sue sussurrandogli: “grazie padre di essere al mio fianco in questo momento
così importante e non importa se non hai potuto farmi il regalo che ti avevo
chiesto, mi basta che tu sia qui con me”. Juan non rispose, la baciò
teneramente sulla guancia e le offrì il suo braccio. Impeccabile nel suo abito
scuro, con passo incredibilmente sicuro, l’accompagnò all’altare della
cattedrale, dove l’attendeva impaziente lo sposo. Ne vedeva
l’immagine sfocata al suo fianco, ma la immaginò bella e felice, orgoglioso
dei mormorii di ammirazione che udiva passando tra due fitte ali di folla. Quando gli parve
di scorgere un sorriso sul suo volto radioso, rispose sorridendo.
Al suono soave
dell’Ave Maria, mentre i giovani sposi si giuravano amore eterno, un’onda di
commozione aleggiò nell’aria,
cogliendo quasi tutti i presenti. Juan ne percepì l’intensità e sentì un tremito sottile scuoterlo dentro, però non pianse.
Nel mezzo del
pranzo nuziale, quando i festeggiamenti erano al culmine, si alzò in piedi,
invitando i musicisti a fermarsi. Tutti si guardarono incuriositi e preoccupati
nello stesso tempo, pensando forse a qualche sua scenata.
Juan fece un
cenno con la mano ed il maggiordomo avanzò al centro della sala, aiutato da un
servitore, portando un grosso oggetto coperto da un drappo di velluto rosso.
Nel silenzio
totale, si fece accompagnare lì vicino dalla moglie e dalla figlia, poi, mentre
Dolores gli stringeva forte la mano singhiozzando, disse ad Alma: “questo è
il mio dono per te”. Lei si avvicinò lentamente, tolse con fare quasi
timoroso il drappo ed apparve il
quadro.
Un vocio denso di
stupore si alzò, come una folata di vento tra le foglie, dai convitati quasi
paralizzati per la meraviglia.
Un’immagine di
straordinaria perfezione si mostrò improvvisa. I volti dei due genitori con la
figlia al centro, sembravano quasi proiettarsi fuori dalla tela. Ogni
particolare era riprodotto con assoluta perfezione ma quello che colpiva di più,
era la serenità assoluta, il senso di una pace ritrovata che accedeva i loro
visi .
Alma strinse Juan
in un abbraccio senza fine al quale si unì la madre, per dare vita ad una
dolcissima scultura di sentimenti. Poi, tornò vicino al dipinto per sfiorarlo
con una carezza con la sua mano delicata e si accorse, stupita, di un minuscolo
riflesso di luce, scintillante sulla tela, che prima -ne era assolutamente
certa- non c’era.
Guardò con
attenzione e, col cuore incredulo palpitante di gioia, vide scendere piano sul
volto del padre la sua prima
lacrima.
Giuseppe
Risica

