LA
CARTOLINA

Il bambino era molto vivace e quel giorno giocava, come sempre. Spingeva il trenino di latta lungo i binari, mimandone il verso allegro della sirena. Passava un attimo dopo ai soldatini, che l’attendevano arroccati in un castello di cartone, armati fino ai denti, per una battaglia senza fine fatta di morti che subito si rialzavano per combattere ancora. Toccava quindi ad un libro di racconti o a qualche giornalino pieno di figure che divorava svelto, estraniandosi da tutto il resto. Era molto bravo a scuola e i maestri, sebbene fosse straripante d’energia, ne erano molto contenti per la sensibilità che sapeva innestare dentro il suo mondo ricco di fantasia. Mentre leggeva, la sua attenzione fu attirata dalla radio in legno di noce, con le manopole lucide d’ottone, che la mamma teneva spesso accesa mentre sbrigava -leggera- le faccende di casa. Una voce seria d’uomo parlava di un altro bambino abitante in un paese lontano, gravemente malato, che forse sarebbe morto presto e che aveva un grande desiderio, probabilmente l’ultimo: ricevere tante cartoline illustrate dai bimbi di tutto il mondo. Lasciò il libro sul tavolo di legno chiaro, avvicinandosi alla radio e gli sembrò di vederlo col visino pallido, prigioniero di un letto troppo grande. Sentì come una stretta improvvisa, proprio nel centro del petto. Lo speaker dettò l’indirizzo che segnò velocemente su un foglio di quaderno. Gli parve strano il nome della città (conosceva a memoria tutte le capitali d’Europa e altre città ancora) ma lo trascrisse nel modo che gli sembrò più appropriato, “Brouge”. A pranzo chiese a papà di comprargli una cartolina della sua città, una bella, in cui si vedesse il porto con la Madonnina affacciata sul mare azzurro. La sera scrisse con cura un messaggio di saluti, augurandogli di stare bene, di tornare a correre e a sognare, perché i bimbi devono essere sempre felici. “Mi raccomando” disse al padre, “non dimenticarti d’imbucarla, è importante”. La grande mano, calda, del genitore gli accarezzò la faccia riccioluta e gli disse, come in un gioco, “agli ordini, generale, sarà fatto”. Il bambino quella notte non riuscì a addormentarsi, poi nei giorni seguenti ci pensò sempre di meno, fino a dimenticare tutto. E’ passato tanto tempo ormai, io non sono più un bambino e i miei riccioli sono diventati grigi. Ora i ricordi riaffiorano più spesso, così ogni tanto mi chiedo che fine abbia fatto quel piccolo fratello sfortunato e se gli sia mai giunta, a “Bruges”, quella cartolina da Messina, scritta con il cuore.
Giuseppe
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