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La
riscoperta di uno dei più complessi autori del secondo novecento
Carmelo
Aliberti è un uomo di vasta cultura umanistica, poeta e letterato di
valore, pluripremiato con importanti riconoscimenti (ultimo in ordine di
tempo, il prestigioso Premio per la Cultura “Medis Terrae”), molto
apprezzato -in Italia ed oltre i suoi confini- per le sue opere dagli
elevati contenuti e dallo stile inconfondibile, accolte favorevolmente
dalla critica e lette da un sempre più alto numero di lettori entusiasti,
nonché fatte oggetto di studio (specialmente negli ambienti
universitari). La sua fama di attento saggista viene oggi ulteriormente
consolidata dalla sua ultima fatica letteraria, “Fulvio Tomizza e la
frontiera dell’anima” (Ed. Bastogi, 2001).
In
questo libro, secondo una tecnica personale faticosa ma estremamente
produttiva, Aliberti ci mostra le molteplici facce di Fulvio Tomizza, con
la relativa complessa personalità di scrittore perennemente tormentato e
di indiscutibile spessore, annoverato, a ragione, tra i maggiori Autori
italiani del secondo 900. Aliberti, con rigore scientifico e certosina
pazienza, passa accuratamente al vaglio praticamente tutta la prolifica
produzione dello scrittore istriano, non limitandosi ad una semplice ed
automatica, per quanto approfondita, lettura bensì addentrandosi
coraggiosamente nel fitto labirinto delle parole con intuizione e
saggezza, fino a coglierne il significato più recondito e in definitiva
più vero.
Dalla
laboriosa metabolizzazione di quanto assunto con occhi invisibili, posti
in quella zona indistinta che unisce la mente al cuore, Aliberti sviluppa
una visione assai originale dell’anima di Tomizza, offrendola
successivamente in prezioso dono a ogni lettore, tramite un’esposizione
critica di immediato impatto e di affascinante chiarezza.
Le opere di Tomizza vengono sezionate ad una ad una, con rigorosa arte da
patologo e partecipe impegno da psicanalista: “Materada”
(primo capitolo di "Trilogia istriana", il libro dell'esordio,
dove comincia il difficoltoso tentativo di ricreare, tramite la scrittura,
l'unità perduta, la lacerazione tra la comunità slava e quella italiana,
dopo la guerra del 1947), “La ragazza di Petrovia” (secondo capitolo
di "Trilogia istriana", l'ideale continuazione di Materada, dove
l'analisi psicologica, secondo nuove linee evolutive, si sofferma sulla
condizione di disagio esistenziale e sgomento smarrimento dei profughi
trascinati dalla diaspora oltre i confini di quella terra a loro
appartenuta per secoli, che ritenevano la loro Patria), "Il bosco di
acacie" (terzo ed ultimo capitolo di "Trilogia istriana",
in cui, nel contesto di un più pregnante lirismo, nella realistica
descrizione del paesaggio, s'innesta l'osservazione attenta della vita
irta di fatiche dei contadini istriani nella loro "nuova" terra,
con i relativi, indispensabili risvolti interiori), "La quinta
stagione" (incentrato sulla vicenda di Stefano Markovich, immagine
speculare dello scrittore, inserita nel contesto della seconda guerra
mondiale, e sull'elaborato processo di maturazione, raggiunto attraverso
le più tristi esperienze, descritto con toni delicati e pervaso da una
grazia sottile), "L'albero dei sogni" (premio Viareggio nel
1969, una delle opere più significative di Tomizza e dell'intera
produzione letteraria italiana del dopoguerra, in cui si compie il tragico
destino di Stefano Markovich, e si assiste ad una sorta di sintesi
storica, ideologica, religiosa, morale della tragedia istriana, scritta
con minuziosa cura dei particolari e, ancora più evidente, scavo
introspettivo), "La Torre capovolta" (contenente una serie di
brevi monologhi in guisa di ricordi e riflessioni, come i vari livelli di
una simbolica torre, esplorati a rendere la verità del suo pensiero, al
di là delle interpretazioni, spesso, contraddittorie e distorte della
critica), "La città di Miriam" (incentrato sulla splendida
figura di una donna ebrea, della sua storia d'amore nella città di
Trieste, e sulla sua forte carica simbolica salvifica), "Dove
tornare" (romanzo sotto forma epistolare,
rivolto ad una figura femminile nella quale l'autore rispecchia le
proprie inquietudini e contraddizioni; lo stile ed il pensiero assurgono a
livelli di notevole maturità), "La finzione di Maria"
(rielaborazione storica di un manoscritto cinquecentesco, che mostra un
groviglio di vicende sullo sfondo della lotta religiosa tra Riforma e
Controriforma, e punta il dito sulla perversità dell'Inquisizione, sulla
disperata lotta degli umili per inseguire le loro illusioni),
"L'amicizia" (accurata indagine sulle realtà contrapposte, tra
Trieste e la provincia, basata su una storia d'amicizia negli anni '50),
"Trick, storia di un cane" (una sorta di fiaba a lieto fine,
innestata su un evidente realismo sociale), "Vera Verk" (dramma
contenente le fondamentali componenti della tragedia greca), "La
miglior vita" (considerato il capolavoro di Tomizza, complessa
simbologia, intrisa di lirismo, dell'epopea quasi mitica della civiltà
contadina, alla dignitosa ricerca di una, quasi utopica, vita migliore),
"Ieri un secolo fa" (raccolta di racconti sulle tematiche delle
radici, dell'esodo, della riconciliazione, pregna di sentimenti
contrastanti), "Poi venne Cernobyl" (in cui le motivazioni,
diciamo ecologiche, si fondono con i complessi rituali della vita e della
morte, con la rilevante volontà di sopravvivenza dell'uomo),
"Destino di frontiera" (dov'egli confessa la condizione sofferta
della propria solitudine ed emarginazione, mitigate dalla sua estrema
coerenza), "Alle spalle di Trieste" (contenente una quarantina
di racconti, che tracciano un necessario itinerario politico, culturale e
narrativo, teso a liberarsi delle scorie ingombranti del passato),
"L'ereditiera veneziana" (storia reale, incentrata sulla figura
di Polina Rubbi, vissuta nel '700, quasi un giallo che conferma la
necessità di verità di Tomizza), "I rapporti colpevoli" (dal
netto piglio autobiografico, oscillazione ininterrotta fra trasgressioni e
pentimenti, tra fughe e ritorni, in cui fortissima è la componente
psicanalitica), "Il male viene dal Nord" (sulla lotta tra
riforma luterana e controriforma cattolica nel '500, con la lunga scia di
sangue che ne seguì), "Gli sposi di via Rossetti (complesso intrico
di mistero, una sorta di giallo intriso di pathos, incentrato sulle
passioni e la follia), "Dal luogo del sequestro" (romanzo del
genere epistolare, a tinte forte, che si approfonda nei mali quotidiani e
nello squallore umano), "Franziska” ( sulla delusione d'amore della
protagonista, una ragazza "di frontiera" che da il nome al
romanzo, cui il destino annulla la gioia di vivere e di sognare),
"L'abate Roys e il fatto innominabile” (ambientato ancora nel
cinquecento, narra la vicenda controversa e dissacrante
di Alessandro Roys, attaccando -nel contempo- gli atteggiamenti
prevaricatori delle varie strutture istituzionali, laiche e religiose),
"Nel chiaro della notte" (volume di racconti diviso in tre
parti: "Frontiere, "Vita d'esilio", "Capricci"),
"La visitatrice" (l'ultima opera di Tomizza, romanzo scritto con
quieto disincanto e dalla eccezionale carica simbolica), "La casa col
mandorlo" (pubblicato postumo, autentico testamento spirituale di
Tomizza, nel quale sono riassunte le linee fondamentali del "male di
vivere", paragonate simbolicamente al mandorlo che, sradicato e
trapiantato, sopravvive ma non produce più frutti).
Nel
saggio di Aliberti, dunque, in un percorso molto ben articolato ed
avvincente, vi è tutto un susseguirsi di lucide annotazioni ed esemplari
spiegazioni delle motivazioni che sono alla base della scrittura di Fulvio
Tomizza e della sua naturale evoluzione, in rapporto alle fitte
problematiche esistenziali ed ai frequenti drammi che caratterizzarono la
sua esistenza di “scrittore di frontiera”. Egli fu sempre in titanica
e perenne lotta con se stesso, senza balsami di requie od ombre di
sollievi (se non transitori), al fine di trovare una identità precisa
nella quale collocarsi, un luogo definitivo in cui vivere, una società
ideale alla quale integrarsi, dei ricordi concreti a cui riferirsi.
Il violento strappo, subito assai precocemente, aprì vaste lacerazioni
nelle sensibili fibre dell'anima dello scrittore, e da quel momento egli
tentò, in ogni modo, di ricucire le ferite sanguinanti, che però sempre
si riaprivano -senza ombra di soste- segnandolo di cicatrici
dolorosissime. Solo la scrittura, in qualche modo, riuscì a lenire -come
una miracolosa medicina spirituale-
le piaghe che ne rallentarono
- pur senza arrestarlo- il cammino. Errante per sentieri confusi, sbandato
da interrogativi pressanti, Tomizza vagò ininterrottamente, sondando i
sottosuoli grigi del proprio io –quasi mistico rabdomante- alla ricerca
-in definitiva- di un’agognata
oasi di pace, specialmente interiore, nella quale fare scorrere in modo
lineare il corso del suo umano esistere, al riparo dagli incubi ricorrenti
di un passato sofferto, lontano dalle malinconiche nebbie che confondono
il volo dei pensieri, aspirando a un futuro di quieta serenità, di
semplice abbandono a quelle minuscole gioie quotidiane che trovavano
proprio nella loro precarietà le ragioni che ne accrescevano l'importanza
a dismisura .
Aliberti, e qui sta la sua abilità principale, spogliatosi umilmente
della propria immagine, si cala integralmente, senza sforzo apparente ed
equilibrismi manieristici, nei panni dignitosi ma scomodi dello
“Scrittore Contadino”. In
un processo di spersonalizzazione e contemporaneo introiettamento del
vissuto tomizziano, avviene la straordinaria creazione di un nuovo
soggetto: lo scrittore Tomizza che racconta se stesso usando
le mani (e il cuore!) del saggista Aliberti. Così il siciliano si
trasforma –novello Fregoli- nel triestino, e di costui condivide i dubbi
e le inquietudini, proponendosi efficacemente nel ruolo di esperto
analista nei confronti di una figura che proprio dalla complessità trae
indispensabile linfa vitale per assurgere al ruolo di autentico
protagonista della narrativa italiana e mondiale (giova ricordare che le
opere di Tomizza sono state tradotte in ben 15 paesi).
Aliberti si dimostra così saggista molto "sui generis", ben
lontano dalla stereotipata figura del freddo espositore, conscio del fatto
che per dissertare in modo convincente e veritiero di un altro Autore è
necessario –prima- “diventare la medesima persona”. Con fare
incessante (e, perché no, devoto) scompone delicatamente le tessere del
grandioso e variegato mosaico tomizziano, ne osserva le superfici
occultate, le facce di contatto, quindi le ricompone, dopo averne
assorbito completamente l’essenza artistica e la sconvolgente interiorità.
Ed
eccolo così soffrire insieme a lui per lo sradicamento violento dalla
amata terra natale, albero dalle radici mozze, percosso dalle tempeste
della vita, sperduto in aneliti di ritorno e tentativi disperati di
adattamento; straziarsi di insostenibile pena per la perdita degli affetti
più cari, girovago in deserti di solitudine devastante; smarrirsi, senza
punti di riferimento precisi, in mezzo alle cupe atmosfere della crisi di
identità tra culture diverse e tra loro avverse, macerato
dall’accorgersi della futilità dei processi di integrazione; avvertire
tangibilmente l’inquietante sensazione di essere sempre in prima linea,
in una guerra diuturna che miete vittime copiose senza rumori di
battaglia; lottare strenuamente per tentare di allacciare appaganti
rapporti interpersonali, e rendersi conto della vanità di ogni –pur
considerevole- sforzo; confondersi sbandato nella ricerca di origini
sempre più sbiadite, forse solo immaginate nei sogni di vite precedenti;
meditare sensibilmente sui complessi e fondamentali rapporti con
l’universo femminile, imprescindibile simbolo volto al sacrificio
salvifico.
Ed
ancora, desiderare (e forse temere) una sorta di confronto chiarificatore
con Dio, nella controversa (e mai risolta) aspirazione al conforto della
Fede; angosciarsi, senza soluzione di continuo, nella titanica, eterna
lotta tra bene e male, nutrita dalle sofferenze e dalla fragilità
dell’uomo che, forse, unicamente nella morte può trovare le risposte
sempre cercate e la sublimazione definitiva, in una risolutiva catarsi a
lungo attesa.
Carmelo Aliberti, con questa riuscitissima opera di saggistica (che si può
tranquillamente considerare un avvincente romanzo biografico), ci consegna
un quadro estremamente nitido ed innegabilmente completo di Fulvio Tomizza,
dando a chiunque si accosti al prezioso volume, dopo una lettura
assolutamente piacevole e coinvolgente (invero assai rara negli scritti di
critica letteraria), la precisa convinzione di avere compreso in modo
totale sia l’uomo sia le ragioni autentiche del suo scrivere, per mezzo
del quale è riuscito ad oltrepassare “la frontiera dell’anima”,
raggiungendo il meritato premio dell’eternità.
Giuseppe
Risica

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