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Molto
si è scritto su Carmelo Aliberti in questi anni, della sua incessante
attività di raffinato poeta ed attento saggista sappiamo tutto, o quasi.
Gli apprezzamenti critici sono vasti ed autorevoli; i riconoscimenti
conseguiti innumerevoli, in Italia ed all’estero; i consensi dei
lettori, d’ogni tipo e livello, assai lusinghieri. Quest’ennesima
fatica letteraria, “Il pianto del poeta” (Ed. Bastogi, Foggia
2002) che ha visto la luce proprio in questi giorni, nulla aggiunge a
quanto è già noto di quest’autentica personalità della cultura
nazionale, che ha fatto della letteratura una ragione di vita; è semmai
una gradevole riconferma di qualità superiori che fa estremo piacere
ritrovare, con l’animo predisposto a gustarne le intense sollecitazioni
emotive che essa è in grado di offrire. Il prezioso volumetto, contiene
una selezione di alcune tra le più note raccolte dell’Autore,
ripercorrendo le tappe fondamentali del complesso itinerario poetico ed
esistenziale, elementi assolutamente inscindibili tra loro. Già il titolo
appare emblematico del messaggio che Aliberti intende lanciare
nell’enorme silenzio dell’indifferenza contemporanea; il pianto è per
definizione un’espressione di dolore che unisce le lacrime al lamento,
quindi una manifestazione evidente di sofferenza interiore che non può né
vuole essere sottaciuta, anzi assume il preciso significato di un atto
d’accusa nei confronti della società, prima ancora dell’inevitabile,
ed attesa, funzione catartica.
Nell’intensa lirica che assegna il nome al libro l’Autore si
duole dei mutamenti che il tempo ha recato alla nostra vita, sottraendoci
gesti semplici ma di fondamentale umanità (“…non
vedo più il pane caldo della comare fare capriole nella mia stanza…”
/ “… il fratello porgere al fratello il torsolo di mela sottratto ai
vermi della pattumiera…”),
vorrebbe dare sfogo inarrestabile al suo rimpianto (“…e
vorrei dire di Artemisia, dei muschi, delle zagare… degli spiedi sfrigolanti dentro
la conca d’oro…), al suo lamento (“…vorrei
dire di via d’Amelio e Capaci… dei mille Vietnam che esplodono…), desideroso di verità (“…dentro orge verbali e il
paradosso…”), ma si rende tristemente conto di quanto ciò sia
vano (“… le parole sono
asettiche vernici spalmate sul delirio quotidiano…”), così si
abbandona al pianto (“…oggi non
mi resta che urlare il pianto del poeta…”) per il decadimento
morale (“…per questo teatro di
violenza e di guerra dove scorazzano nuovi barbari… che hanno cancellato
voce e memoria di tutto…”), quasi rassegnato all’apatia della
gente (“…non c’è più eroe
pronto ad uccidersi…”). Ma la porta alla speranza resta aperta
grazie alla poesia ed alla Fede (“…io
nel volo dei gabbiani aspetterò il risveglio delle rose… in attesa che
dentro la nuda anima risorga
l’alba, l’azzurra alba di Dio.”). Seguono versi tratti da “Caro,
dolce poeta” (1978-1980), nel quale nettissima appare la componente
sociale della poetica di Aliberti, l'engagement, il rilevante impegno
etico teso al recupero di modi d'essere che sottraggano alla rovina della
civiltà dei consumi, con i suoi falsi dèì, e salvifica appare
quest’accorata epistola di pentimento rivolta al poeta, colui che
incarna gli ideali più elevati dello spirito, cercando la salvezza in una
promessa forse tardiva, ma che, comunque, s'imprime profondamente nelle
coscienze. Tocca quindi ad “Aiamotomea” (1986), un poema che
mette in risalto il fondamentale classicismo di Aliberti, esaltando, sulla
scia dei "Carmina Saecularia" orazioni, la sacralità mitica dei
luoghi in cui si svolgono gli antichi rituali della civiltà contadina,
cui egli sente di appartenere pienamente. E’ poi la volta di “Nei
luoghi del tempo” (1987), poema simile nella tematica al precedente,
nel quale prosegue la sua missione morale, come atto di “pietas” nei
confronti di un mondo fatto di umiltà e saggezza, del quale si fa
splendido e solenne portavoce esaltandone la sofferta vicenda. Non
potevano mancare liriche tratte da “Il limbo, la vertigine”
(1980), in cui il Poeta, se da un lato prosegue nel suo instancabile
“J'accuse” verso il degrado contemporaneo, dall'altro si offre in
sacrificio, in un martirio simbolico, assumendo su di sé i dolori del
cataclisma sociale che frantuma la società contemporanea, sublimando una
speranza di salvezza tramite i suoi versi rivelatori e visionari. A
seguire, “Le tue soavi sillabe”, ci mostra un Aliberti che
accentua la componente simbolica della parola, con un verseggiare musicale
ed enfatico, elaborando un elogio alle gioie dell'amicizia, che assume i
connotati di un inno dalla chiara valenza universale. Chiude il libro il
poemetto “Helena, suavis filia”, nel quale si appalesa la
convincente maturità artistica ed umana di Aliberti, sotto forma di una
lettera augurale alla figlia diletta che, al compimento dei diciotto anni,
entra da donna nella vita; con dolcezza di padre, egli augura alla figlia
un viaggio sereno sulle strade difficili dell’esistenza, senza lesinare
consigli ed ammonimenti densi d'amore e trepidazione infinita.
“Il pianto del poeta” si avvale della prestigiosa prefazione di
Michele Prisco, e contiene fondamentali interventi di Ennio Rao,
Vittoriano Esposito, Carlo Sgorlon, Giorgio Bàrberi Squarotti, Antonio
Famà, Maria Grazia Lenisa, Giancarlo Panini. Da notare, con piacere, che
l’opera è stata ottimamente tradotta in inglese (a cura di Ennio Rao e
Antonino Famà, docenti universitari rispettivamente in U.S.A ed in
Canada), nell’ottica di una maggiore diffusione della nostra Poesia, che
oltre oceano ha sempre trovato parecchi estimatori. Con “Il pianto del
poeta”, Carmelo Aliberti ha confermato di essere pienamente capace di
cucire magistralmente insieme brani diversi della sua emblematica vicenda
poetica, collocandoli in un tessuto che mantiene una magica uniformità di
contenuti, senza peraltro intaccarne l’elevata cifra stilistica; le
parole s’intrecciano alle emozioni, i versi ai sentimenti, il grido
aspro di protesta alla musicalità; sembra, pertanto, pienamente
appropriato definire questo Poeta, quasi novello aedo, “il grande
tessitore”, auspicando, nel frattempo, nuove e significative produzioni
letterarie, pregne di quell’elegante veemenza che ne costituisce una
caratteristica precipua.
Giuseppe
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