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titolo del libro : "LA NOTTE PER MASCHERA" genere: Poesia autore: Fausta Genziana Le Piane E.mail: fausta51@katamail.com editore: Edizioni del Leone prezzo: Euro 8 |
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Fausta
Genziana Le Piane, apprezzata e sensibile donna di cultura che divide il
suo tempo tra la poesia, la narrativa, la saggistica e l’arte delle
immagini (si vedano i suoi magnifici collages), propone all’esame dei
critici e all’attenzione dei lettori un nuovo libro di liriche, “La
notte per maschera”. L’opera, edita per Le Edizioni del Leone, si
avvale dell’importante prefazione del poeta Paolo Ruffilli e di una
nota di Patrick Blandin, professore presso l’Università di Tolosa, ed
è frutto di un lungo e sofferto lavoro di meditazione e
d’elaborazione, non privo di ripensamenti, dubbi, pause, a garanzia di
una genuinità scevra da una certa scrittura artatamente elaborata
secondo schemi lineari precostituiti, e priva di quella componente
“istintiva” che è segno invece (come nel suo caso) di un poetare di
non semplice classificazione, certamente originale, che porge
direttamente l’orecchio ai suoni ed alle emozioni capaci di sfiorare,
toccare, percuotere l’anima. La silloge fa seguito alla precedente
raccolta, “Incontri con Medusa”, ed indubbiamente ne rappresenta la
prosecuzione, la fase successiva di un discorso col lettore (ma
soprattutto con se stessa) che, certamente, continuerà ancora a lungo,
probabilmente senza mai arrestarsi. Era, in quella prima raccolta, ben
evidente, la tematica del viaggio, accompagnato dal coro possente dei
miti, un continuo, sofferto errare da ulisside, inteso come desiderio di
scoperta di nuove realtà ed emozioni, e –nel contempo- come fuga,
riferita a paura di sensazioni sconosciute ed imprevedibili, con un
chiaro anelito di ritorno al rassicurante focolare degli affetti più
consolidati, che talvolta si spingeva oltre le barriere della vita
stessa, alla ricerca di un abbraccio riunificatore, rievocante la
perduta simbiosi dell’età fetale, cercato perfino nel regno tenebroso
dell’Ade. In “La notte per maschera”, l’eco del mito persiste
(in particolare sotto forma di personaggi facilmente individuabili:
Medusa, Ermes, Il Re d’Atlantide, Pandora, Orione…), anche se più
sfumato, a riprova di una sorta di fedeltà alle sue origini, che
affondano profonde radici in quella Magna Grecia che ha segnato le
civiltà mediterranee con le sue tradizioni ed il suo modo di concepire
l’esistenza. Medusa è ancora presente, ed ora scivola silenziosa fin
dentro i meandri del buio (prima solo sfiorato), scotendo appena la
ribelle chioma anguicrinita, occultando dietro spessi occhiali il suo
sguardo di pietra; adesso non vuole più paralizzare, ma conoscere,
integrarsi, essere parte di un vivere che ha sempre desiderato, mentre
si muoveva ai confini di un mondo che sentiva estraneo ma l’attirava
irrimediabilmente. E pure permane, anzi, risalta nettamente, il tema del
viaggio, che conduce verso regioni misteriose e solo parzialmente
esplorate, quelle che appartengono alla notte, con la sua variegata e
mutevole corte di personaggi, paure, sensazioni, verità. La scelta
della notte come prova da affrontare, elemento da passare al vaglio,
essenza con cui entrare in sintonia non è certo casuale. Al di là dei
facili luoghi comuni, essa si mostra, con chi riesce a comprenderla,
come un’invitante amica dalle ampie braccia accoglienti, quasi
benevola, munifica di una democrazia che rende assai simili tutti i suoi
abitanti e visitatori, celando sotto il pietoso mantello ogni
differenza, smussando nei chiaroscuri le imperfezioni, stemperando le
miserie del giorno in velate, seducenti atmosfere. La notte,
spontaneamente, si confonde col sogno, autentico stato ipnotico, durante
il quale si evidenziano dimensioni parallele, si liberano i desideri
proibiti, le paure sciamano e le più intime pulsioni invadono la mente,
in un caleidoscopio colorato di fantasia liberata e di non repressi
suoni ancestrali. E’, del resto, intuibile l’identificazione tra la
notte e il sub-conscio, quella zona scura della psiche in cui si
svolgono lotte titaniche e straordinarie metamorfosi, fenomeni che
sfuggono al controllo della coscienza, ma che risultano fondamentali per
la spiegazione delle vere motivazioni relative all’agire, al pensare,
all’essere, nella vita di ogni giorno. Ma, per osservare, scrutare,
cogliere, fagocitare ogni particolare, anche quello più celato in
questo mondo speculare con cui costantemente ognuno di noi, volente o
nolente, si deve confrontare, servono occhi speciali, adusi a penetrare
oltre le solide barriere dell’apparenza, in grado di insinuarsi tra le
pieghe dell’ovvio, allenati a vedere (e non solo a guardare) le
ombrose lacune dove il pensiero si occulta e compie le sue incessanti
trasformazioni, preparandosi ad elevazioni ardite oppure deformandosi in
mostruose sembianze; occhi, dunque, che non si esaltino né cedano di
schianto al cospetto di rivelazioni intensissime ed imprevedibili; serve
uno sguardo fermo, deciso, indeformabile, apparentemente inattaccabile,
proprio come quello della maschera! La maschera, peraltro, non è
turbata nella sua esteriorità da espressioni mutevoli secondo gli stati
d’animo, eppure, nella sua apparente staticità tutte essa le
contiene, realizzando una mimica globale che gorgoglia appena sotto la
superficie, dimostrando una pulsante vitalità, invisibile ma tangibile,
rinvigorita dai riverberi delle varie situazioni emozionali. Essa da un
lato, materialmente, nasconde il viso, tentando di rendere impossibile
il riconoscimento, ma, nel frattempo, spiritualmente, può raffigurare
la reale essenza dell’individuo, divina o demoniaca che sia.
Ed è, ancora, confine la maschera, decisa linea di demarcazione
tra il mondo reale (il giorno) ricolmo di ipocrisie e falsità e quello
invisibile (la notte), etereo ma pregno di consistenti verità, ben più
netta e solida di quanto non dica il sottile strato di cartapesta dal
quale è costituita. Essa acquista, altresì, il significato di un
elemento rituale da indossare dopo la necessaria iniziazione, un mistico
lasciapassare, una chiave di accesso esoterica, per spalancare i portali
della Conoscenza, attraversandoli senza incertezze o timori. Ma, nella
silloge, la notte stessa è usata come maschera! Sembrerebbe, quindi,
un’operazione contraddittoria: mascherarsi con la stessa cosa che si
vuole rendere palese, dopo averla mondata dei segreti di cui essa
sovrabbonda; essere, nello stesso tempo, indagante ed indagato. Ma, in
effetti, così non è, e la contraddizione è soltanto apparente, giacché,
questa precisa identificazione è il presupposto irrinunciabile che,
nella sua quasi magica ritualità, contiene le salde fondamenta per
l’edificazione dell’iter d’esplorazione introspettiva; In pratica,
diventare tutt’uno con l’entità da svelare, significa permettere un
riconoscimento che annulli o limiti le capacità di difesa, limando le
ostilità che potrebbero rallentare l’autoanalisi. Un prezioso
catalizzatore, dunque, senza il quale le difficoltà diverrebbero
insormontabili. Può, così, avvenire il viaggio, lungo un tortuoso
percorso esistenziale che oscilla, senza posa, tra passato e presente,
sospeso tra cielo ed inferno, e tende a trovare illuminanti chiarimenti,
presupposti che consentano un più sereno approccio al futuro con le sue
nebulose orbitanti d’incertezze. Diversi e rilevanti sono gli aspetti
che L’Autrice seziona, come in una sorta di cruda biopsia, volta a
mettere a nudo presenze di sicura importanza nell’economia
dell’opera. Fausta Le Piane ci propone il suo essere donna (che, poi,
è la rappresentazione di tutte le donne), integrazione assoluta tra
corpo e spirito, con minuziosa attenzione ai particolari, tessere di un
mosaico che conserva un’invidiabile unitarietà, pur nel contesto di
un’apparente frammentazione. La sfera del sentimento è esposta a
trecentosessanta gradi, riservando spazi consistenti ad ogni stato
d’animo, spesso contrastante, indagando metodicamente le situazioni
che sorgono e scompaiono improvvise, per poi riapparire inattese. In
questo contesto rivestono notevole valenza i luoghi, mai solamente
semplici sfondi su cui fare muovere la danza delle parole, ma parte
integrante del colloquio poetico intrecciato dalla Le Piane con se
stessa e con i lettori con cui si relaziona; ogni “topos” ha
connotazioni adeguate, e colori esplicativi del significato loro
attribuito: città che giacciono nel buio che si trasforma in grigio
argentato per mezzo delle luci artificiali che, in un lucido
“continuum”, si tramutano nella luminosità del mare, riflesso di un
cielo che, tenta di elaborare nuovi progetti e, mai sopite, aspettative
di speranza. Originale, in alcune liriche, il ricorso ad un
“bestiario” che rappresenta in figure di animali qualità e difetti
umani, sotto forma d’incisioni indelebili sulla pelle denudata, ma
anche di visioni simboliche-oniriche cui riferirsi per sintetizzare
immagini dalle molteplici facce, tutte degne d’attenzione. La cifra
stilistica della Le Piane, già attestata su posizioni di sicuro valore,
appare in questa pubblicazione in sicura crescita. L’uso delle
metafore appropriato, adeguata l’aggettivazione. Si scorge nei versi
una maggiore concisione, un’accentuata ricerca di sintesi, rimarcando
la tendenza ad andare, con la sua poesia, sempre di più verso
l’essenza, il nucleo. Ci sono minori concessioni, rispetto al passato,
al lirismo (che, tuttavia, permane evidente), a vantaggio di una
strutturazione più tagliente, volutamente aspra, come ad affermare che
è ora di verità non edulcorate, abbandonando l’inutile conforto di
ogni compromesso. In conclusione, attraverso le inquietudini e le
angosce dell’esistenza, elaborate tramite il suo essere poeta
(inscindibile, dal suo essere donna), le malinconie e le vertigini, che
spingono verso l’abisso, vengono collocate nella giusta dimensione, e
gli eterni umani quesiti, sebbene non risolti, sono sfumati in una
catarsi purificatrice che consente di guardare al giorno, che sempre
segue la notte, con rinnovato entusiasmo. In fondo, la notte, mi piace
immaginarla, per Fausta Genziana Le Piane, come una maschera funeraria
egizia, lucida e perfetta, posta a ricoprire il volto devastato di chi
ha concluso il proprio ciclo terreno, non già per rappresentarne la
tomba, ma il simbolo inequivocabile di un ritorno alla vita, perché
alla Morte segue sempre la Rinascita. Giuseppe Risica
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