RECENSIONI e NOTE CRITICHE

 

 

LUCIO ZINNA:

In “Su nuove e antiche forme”, di Giuseppe Risica, troviamo una poesia intensa e rarefatta al tempo stesso, con testi ricchi di riflessione e di sentimento, condotti con finezza formale, essenziali, con un gioco di metafore calibrato (dunque non insistito, debordante, come a volte accade di leggere). Mi riferisco, in particolare, a liriche (fra le più significative della raccolta) quali "I morti", "Allora cominciavo", "Achab", "Biancaneve", "Cotidie", "Addio". 

Una poesia - attenta alla realtà circostante e al quotidiano, ma capace di travalicarli -, a prevalente valenza esistenziale (più evidente in "Da qualche tempo", "Padre", "Gli occhi dell'addio"), con un forte sentimento del tempo, che è come il sottofondo discreto della silloge, fino al più esplicito testo conclusivo.

Un discorso poetico, dunque, denso e piano, con fugaci, preziose suggestioni, qua e là, simboliste ("Scirocco", "La porta", "Il vascello", "Il viaggio")  o mutuate da un immaginario classicamente surreale ("Il talismano", "L'ippogrifo", "La sentenza").

Ho apprezzato, infine, alcune icastiche poesie d'amore (a parte qualcuna già menzionata in altro contesto) quali "Il guardiano del faro", "Il portachiavi" (splendida!), "Metastasi", "Il caffè", "Restarono gli odori", "Ti porterò". 

Che altro? Un bel libro di versi, che emerge da tanta paccottiglia. 

 

 

GIORGIO BARBERI SQUAROTTI:

  In "Su nuove e antiche forme", di Risica "mi piace il Suo discorso rapido ed acutissimo, che parte dall’osservazione, dal fatto, dall’episodio per giungere fino alla visione, al sogno, all’invenzione stupita e inquietante”.

 

 

Il guardiano del faro

                                                                                           di VINCENZO LEOTTA

(Recensione a “Su nuove e antiche forme” di Giuseppe Risica)

 

Giuseppe Risica (nato a Messina nel 1955, vive a Tonnarella di Furnari e lavora come cardiologo nell’ospedale di Barcellona P. G.) è un poeta che, ha saputo conquistarsi un suo spazio e un suo modus scribendi. Già con Mare dentro Mare, che giustamente ha richiamato l’attenzione di critici illustri come Giuseppe Amoroso e Giuseppe Miligi, si intravvede nella sua scrittura una svolta che sarà fondamentale: qui, con un linguaggio sia pure a tratti disomogeneo, i colori e i sapori del mare, i contorni nitidi eppure sfumati di un paesaggio amato, e talvolta anche odiato per eccesso di amore, si fondono con i trasalimenti di uno spirito inquieto, proteso ad esplorare, nel mistero della natura e nei labirinti dell’io, l’eterno conflitto tra il bene e il male, tra la vita e la morte.

Da Mare dentro Mare a Su nuove e antiche forme, la recente, ben meditata raccolta data alle stampe per le Edizioni del Leone (Spinea-Venezia, 2003), trascorrono appena cinque anni, sufficienti però per segnare non direi un salto di qualità, ma una marcata evoluzione della scrittura parallelamente all’alleggerirsi dell’acceso autobiografismo e dei moduli prosastici che appesantivano il dettato poetico. Il guardiano del faro è il testo che, a nostro avviso, rappresenta ed esemplifica questo processo di maturazione, perché rivela con esattezza l’atteggiamento psicologico del poeta, non più immerso totalmente dentro il mare e quindi incapace di guardare con occhi limpidi e la terra e il mare stesso. Egli adesso è nel «faro» e da questo osservatorio privilegiato può osservare le vicende turbolente della vita, come i grovigli inestricabili dell’animo umano, con il necessario distacco e con uno sguardo più lucido e disincantato.

Al centro della raccolta c’è sempre l’io poetico che vigila, scruta dentro e fuori di sé, si pone interrogativi che non trovano risposta: «Quale rotta seguire, comandante?» (Quale rotta); «Quante porte dovrò aprire / prima di giungere fino a te?» (Biancaneve). E vibrano le corde intimistico-familiari, riaprono ferite mai cicatrizzate e ridestano memorie sopite. La morte del padre, innanzitutto, evocato in alcune poesie dagli accenti molto toccanti eppure contenuti in un dolore raccolto. Il poeta è certo che il padre non soffre più nella insensibilità marmorea della morte, ma questo pensiero non gli dà sollievo: «Salgo le scale che mi portano a te, / padre, e il vuoto che risvegliano i miei passi / è affanno che stringe» (Padre). Impossibile elaborare un lutto così atroce, colmare un vuoto così profondo (Il lutto). Non resta che affidarsi al ricordo, rivivere col cuore episodi effimeri, frammenti della oscura vicenda umana: «Mio padre ritornava talvolta a notte fonda / e al suono delle chiavi nella toppa / gli occhi chiudevo, spalancando il cuore» (Del tempo trascorso). Poche, secche immagini di un rapporto ormai tutto interiorizzato, schegge di un passato lontano o vicino che hanno scavato un solco che nulla potrà più riempire: «Non mi sento cambiato / ma non sono più quelle che ero / e mio padre è una scritta sbiadita sul portone» (ibid.). Alla figura del padre è associata la madre, come se anche lei fosse morta, in questi versi di intensa drammaticità: «Nulla potrà più farti del male / ora lo sai che quello dei sorrisi / è un tempo non più tuo. / Sei una canna spezzata, madre, / e il vento di maestrale t’attraversa» (Madre).

Bastano i pochi versi citati per comprendere la cifra di questo poeta, che è data dalla misura, cioè dalla capacità di non lasciarsi soffocare dai grumi dell’esistenza e di conservare il giusto grado di partecipazione emotiva. Donde una scrittura asciutta rari i cedimenti o le sbavature , spesso modellata sulla forma dell’epigramma, che sembra la più congeniale al temperamento poetico di Risica. Dell’epigramma, infatti, ritroviamo qui le caratteristiche essenziali. La prima è la brevità dei componimenti: su settanta, ben sessantacinque non superano i dieci versi, mentre i rimanenti cinque ne hanno meno di venti. La seconda è l’apoftegma in clausola finale, dalla sigla gnomica e apodittica: «Chi conosce il sonno degli abissi / non cerca più la luce del sole» (Achab); «Oscura è l’alchimia del dolore» (L’ippocampo); «e cerco spesso il sonno, senza aspettare sogni (Da qualche tempo); «Vi è persino armonia nel caos / prima del torpore» (Torpore). La terza caratteristica, forse la più significativa, è costituita dalla varietà del contenuto, pur nella sostanziale unità del motivo conduttore: un sentimento della vita più che una concezione razionale , risolto nei simboli del mare e del viaggio, che adombrano una esistenza caotica, precaria e destituita di senso. L’uno, il mare, imprevedibile e infido nella bonaccia, rovinoso nella esplosione delle sue tempeste; l’altro, il viaggio, inteso come un errabondare «senza fine» (Il viaggio) perché non esiste né una direzione né una meta. Cadute tutte le certezze e tramontate le ideologie, la realtà appare «un caos vagabondo / che erra in cicli mai conclusi /dal vento» (Tempesta). Un girare in tondo che equivale a una immobilità assoluta, da cui non si evade perché «la porta è sbarrata» (Porta) o si evade solo con la resa definitiva: il naufragio, la morte. Il poeta si raffigura non artefice e protagonista della sua esistenza, ma «legato alla ringhiera / sempre da verniciare / di questa nave che non parte mai» (Tempesta); oppure si vede «sigillato in un sepolcro / di carta» (L’assedio). Una situazione statica che però è astutamente rimessa in moto, rilanciata dall’attesa di un evento epifanico (Attesa), dai sogni cui l’insonne poeta non può o non vuole rinunziare e, soprattutto, dal desiderio mai spento di un volto e di una carezza femminili, che accende passioni violente, alimenta emozioni intense e tremende delusioni. Nascono da qui gli scatti irosi, taglienti, ironici o autoironici (la «lapidaria ironia» rilevata da Melo Freni nella sua incisiva prefazione), toni e modi che riconducono all’autore dell’ Osso, l’anima e dell’ Aria secca del fuoco, forse più per una singolare affinità di indole che per una consapevole, diretta derivazione, anche se Cattafi è per Risica se non il maestro, certamente l’interlocutore più amato.

Questa vena caustica attraversa molte liriche (Licantropo, Il nodo, Metastasi, Il talismano, L’addio…) dove le separazioni, i distacchi, gli addii, se da una parte segnalano la crisi o la fine di un amore – e rafforzano il pessimismo esistenziale di fondo –, dall’altra risvegliano «ricordi di ferite sulle labbra» (Arancia) e lasciano tracce indelebili: «Restarono gli odori a parlarmi / di te. Fu inutile lavarmi, usare / ogni tipo di sapone, strigliare / la pelle fino al sangue…» (Restarono gli odori).

Non mancano, tuttavia, momenti di tenerezza, di abbandono, come in questo delizioso quadretto di intimità amorosa: «Mi piaceva il rito del caffè / che scalza mi portavi nel letto / dove aspettavo di risorgere. / Era il tuo primo dono (forse / l’unico) da godere insieme / in quella sola tazza / di porcellana inglese» (Il caffè).

Noi ci fermiamo qui. Al lettore intelligente il piacere di scoprire e gustare altri versi, altre emozioni di un poeta che fa molto bene sperare sul futuro della sua poesia.

 

 

TOMMASO ROMANO:

Su nuove e antiche forme” mi ha veramente impressionato, con partecipazione ho letto e meditato.                                  

Poesia di forte riflessione esistenziale, icastica, cristallina eppure evocata alle profondità dell’anima. 

Sento scorrere forte l’autenticità.

 

 

ADRIANA BOLCHINI:

  (…) Per Giuseppe Risica la poesia appare come un life-motive, una colonna sonora che accompagna tutta la sua esistenza. I suoi versi non sono parole scandite ad alta voce, ma un soffuso e diffuso suono, che sale dal fondo e permea il paesaggio in cui il poeta Giuseppe Risica si muove.

La sua poesia, soprattutto quella che si può leggere nella sua ultima fatica “Su nuove e antiche forme” non è estemporanea, se non in brevi e rari tratti, in cui le emozioni riescono a liberarsi dal controllo, che lui si impone e quasi libere: si manifestano, come frutto di un sincretismo onirico, antico e ricco proprio come  il mondo mediterraneo in cui è nato e vive.  Come la sua isola e tutte le isole dei mari del sud dell’Europa occidentale, ma che risente inevitabilmente dall’influenza moresca che sale dal nord Africa, con i suoi suoni ritmici, ondulati, sinuosi e sensuali, a tratti anche qualche effluvio di deserto sahariano ed echi rimbombanti di gesta e grida, come di battaglie lontane (…)

E’ la sofferenza del corpo dopo le ferite, è la stanchezza della fatica del vivere quotidiano che il Risica canta in ogni sua lirica, è il sonno dello spirito quello che riesce ad emergere da ogni angolo più nascosto di ogni sua parola. (…) 

Giuseppe Risica è un poeta maturo, raffinato, che va alla ricerca del verso elegiaco, ma tendenzioso, pur senza trarne beneficio alcuno, non si concede licenza. (…)

Un paragone fra questo poeta e un grande è possibile nell’assimilarlo all’archetipo di  Eugenio Montale, anch’esso mediterraneo, anch’esso ha passato gran parte della sua vita guardando il mare (…)

(…) emblematica è questa poesia che racchiude il segreto della personalità del poeta, che nel suo sincretismo ermetico non dissimula, ma lascia trasparire la sua profonda e radicata sicurezza, abilmente celata sotto il dubbio, le debolezze, le perplessità, ma che ugualmente tradisce il suo pensiero, che appare nudo e denudato da una sola certezza: la sua.

 

Il guardiano del faro

 

Quando il richiamo supererà la voce

delle onde, vieni verso di me senza paure,

segui il segnale che non sa mentire e nella notte

indica la rotta, sfuggirai al bacio degli scogli.

 

Non ho un castello, per te c’è una torre

di luce che sovrasta quest’isola perduta;

ti attendo da cent’anni almeno e sconosco

il sonno, perché non sono un principe

ma il guardiano del faro.

 

E’ lui il guardiano è lui il faro, è lui che dall’alto della sua torre di sassi e di luce guarda il mondo verso il basso, profondo e buio come le sue paure, le sue ansie del vivere le sue angosce, i suoi implacabili giudizi ed è sempre lui che chiede di salire di andarlo a cercare, perché lui non ha i piedi: è una torre.  Non ha radici: è un faro e tutto quello che crede di poter fare è stare fermo al frangersi dei flutti, illuminare il la rotta ai naviganti, e aspetta che dal mare salgano echi e vengano le barche verso di lui.  Ma il faro non è un porto, è uno scoglio e sa che i pescatori o i pirati non vi sosteranno a lungo, qualcuno non approderà nemmeno ma passerà oltre, andando verso la terra ferma, da cui lui ormai si è distaccato ed a cui non vuole tornare.

Potrà mai trovare la pace fuori dalla sua torre illuminata?

 

 

SEBASTIANO LEOTTA:

  C’è nella raccolta "Su nuove e antiche forme" di Giuseppe Risica la messa a fuoco di nodi esistenziali che sembrano appartenere alla sua maturità.

E si tratta di una maturità poetica che è sempre vigile e mai paga di sé: (“ quale rotta seguire comandante?”), maturità che trova nei versi la sua stilizzazione e la sua fenomenologia fatta di oggetti e situazioni. Ma si tratta di una percezione che li coglie in negativo (si legga la poesia di apertura), ossia Risica introduce nelle cose – anche le più quotidiane- un supplemento di inquietudine e di spaesamento:

 

                        

                         Ne ero certo la casa mi osservava

                          con i suoi segreti celati

                           ()

                                     Dovevo fuggire

                         per me non c’era posto,

                          ero di troppo, un estraneo.

 

Il poeta antivede, anticipa, ciò che sarà e ciò che è sempre stato. Così Risica – con un utilizzo personale del passato remoto – si prepara al congedo in figure e in poesia.

La percezione della verità dove “tutto ha un nome che non cambia” si fa sfrangiata e chiaroscurale, il poeta vede negli interstizi, nelle minime attestazioni di esistenza “come un cerino nelle notti di guerra”.

L’accenno al passato, di marca tutta cattafiana, viene confermato- cosa già notata dal prefatore- da una poesia dedicata al grande poeta messinese (“Idi di marzo”) e dalla ripresa di luoghi fisici a Cattafi molto cari (p.e. la spiaggia). Risulta allora verissima la nota tesi goethiana che per capire i poeti bisogna andare nella terra dove vivono.

Infine la memoria. La memoria di Risica cerca di resistere all’annientamento, ma in questo libro non c’è consolazione facile -del resto ai versi non si chiede questo-, la memoria si sfalda, anche quella dei più cari come “ una scritta sbiadita sul portone”

E soprattutto in quelli che sono un condensato di memoria implicita, cioè i morti,

si apre lo sguardo attento di chi ne misura tutta l’irrimediabile e inalterabile assenza. Come, appunto, nella bellissima poesia “I morti”:

 

Parlavamo dei morti in quelle sere d’inverno

che il vento gridava avvinghiando la pioggia;

così tra sorrisi e paste secche

sembravano tornati insieme a noi.

Io li immaginavo invece nei sepolcri, soli,

con l’acqua che violava le fessure

e lentamente penetrava gli occhi.

 

Qui si sente il ricordo di Baudelaire (“I fiori del male”, la servante au grand coeur vous ètiez jalouse) e di Joyce (il racconto “The dead”), si tratta invece di Giuseppe Risica, poeta messinese.

                                                        

 

 

FAUSTA GENZIANA LE PIANE:                                                                                                    

L’ultima silloge del poeta Giuseppe Risica   “Su nuove e antiche forme”

 

    E’ stata appena pubblicata per le Edizioni del Leone l’ultima silloge del poeta Giuseppe Risica, Su nuove e antiche forme, con una concisa ma esaustiva prefazione di Melo Freni.

Come si dice nell’introduzione, Giuseppe Risica è “un medico che abita vicino al mare”, ”siciliano del Tirreno”: infatti, è cardiologo, è nato a Messina e abita a Tonnarella, di fronte a capo Tindari e alle Eolie. Ricche intorno a lui le formative risonanze poetiche, dal tanto amato Salvatore Quasimodo, a Bartolo Cattafi, vicino alla cui casa egli vive.

Dopo “Mare dentro mare”, raccolta di liriche che ha riscosso un notevole successo di pubblico e di critica, Giuseppe Risica si conferma con questa nuova pubblicazione poeta di ampio respiro. “Non sempre, dice ancora Freni, si porta il mare nel cuore, non sempre la luna”, altre possono essere le fonti d’ispirazione.

Non fosse altro che per normale svolgimento diacronico del tempo, ci si aspetterebbe di leggere nel titolo “Su antiche e nuove forme” e non “Su nuove e antiche forme”, come pure la raffigurazione del quadro di Giorgio De Chirico, “Il canto dell’amore” (1914), scelto per la copertina, lascia intendere.

Ma è Risica stesso che nella lirica d’introduzione – Negativi – spiega le ragioni che hanno determinato la cronologia del dipanarsi del suo colloquio introspettivo: “Il nastro di verità celate nella camera oscura, ha numeri precisi, a scalare e una data di scadenza incisa in qualche posto”. Il suo è un viaggio compiuto a ritroso nel tempo, “un ritorno”, “la ripresa di un discorso/mai chiuso” da cui emerge per prima vivida la figura del padre, al quale il libro è dedicato.

Nella poesia intitolata “Padre” torna chiaro il sentimento di perdita inconsolabile già espresso in “Danzava la vite” di “Mare dentro mare”. Non giova al poeta sapere che il padre non soffre più e che ora riposa in pace: l’affanno stringe il cuore e i passi riecheggiano nel vuoto.

In “Del tempo trascorso”, che suggella la raccolta, neppure il ricordo infantile del “padre che ritornava talvolta a notte fonda” fa dimenticare che se è vero che “al suono delle chiavi nella toppa/gli occhi chiudeva, spalancando il cuore”, “il padre resta una scritta sbiadita sul portone”.

La morte, d’altra parte, è presente in molte liriche che rimandano al concetto di “sonno” fisico ma anche di “torpore” spirituale da cui è egualmente impossibile svegliarsi. Così è per Biancaneve che “non sarà risvegliata da un bacio”, per Achab, “morto mille volte/sotto il sorriso freddo/delle stelle”, per l’ippocampo, “pietra, oggetto, mummia trafitta”, per il morto il cui “sguardo punta/dritto al cielo”.

“Sonno” e ”torpore” sono parole ricorrenti, come anche il termine “ruggine” che indica ciò che di consumato e corroso c’è nell’avventura umana. Non è forse arrugginito l’arpione d’Achab stanco di spingerlo “nel fianco/della balena bianca”? Non colano “bave di ruggine dalle orbite” del fatiscente vascello?

E’ curioso osservare come alla “ruggine” si opponga la “vernice” ad indicare fiducia, speranza ed un futuro che il Poeta spesso non sa affrontare. Così, è sempre da verniciare la ringhiera della nave che non parte mai e alla quale è legato; così, coi gomiti intarsiati di vernice, conta le stelle la sentinella al vertice del ponte…

Tornano le antiche forme delle metafore legate al mare non solo nella scelta dei personaggi, solitari e maledetti come Achab, il guardiano del Faro, il comandante, le sentinelle, ma anche in quella degli oggetti e delle immagini evocate che lasciano intendere nostalgia per la vita di mare: mappe distese sopra tavoli zoppi, vascelli, ringhiere di navi, scie di barche irraggiungibili, gomene, ancore, polene e bompressi.

In questa visione disperata dell’umano destino – non si sa la rotta da seguire -, se speranza c’è, non è nell’amore che bisogna riversarla. L’amore è un sentimento raggelato e violento, legato anch’esso al sentimento della perdita: ”Così m’hai detto addio, va bene/io l’accetto”.

E neppure nelle parole e nei ricordi, “non credo lascino tracce consistenti/le parole, nel sottobosco folto dei ricordi,  /poi che è trascorso il loro breve tempo”.

L’unica speranza per Risica è la natura che osserva con affetto e serenità: saranno “le labbra rosse della passiflora”, il germogliare della pioggia, le “sagge chiocciole”, l’edera “sui muri a tentare di legare qualche sasso”, il “fresco di rugiade autunnali”, “il profumo di limoni acerbi”, “il respiro dell’aurora”, “le arance profumate” a vincere l’abisso, il vuoto, il nulla.

Saranno i sogni - lui che “studiava l’arte dei sogni” –, le visioni dei “pirati saraceni che andavano per mare/senza il tormento di inutili domande” e “il grido di guerra dei templari”.                                                                                                                               

 

 

ISABELLA MICHELA AFFINITO:

Da " Il canto dell'amore " celebre quadro del 1914 di Giorgio De Chirico posto sulla prima di copertina del volume della silloge di poesie " Su nuove e antiche forme ", al canto poetico di Giuseppe Risica, medico-cardiologo di Tonnarella provincia di Messina. Un canto metafisico il primo, un canto esteso su un pentagramma ideale il secondo, e il connubio è vincente.
L'elemento mar Tirreno è preponderante nello svisceramento dei versi, tipico di chi è rimasto per molto tempo attonito di fronte alle mutevolezze marine, ascoltandole nel loro dialogo di onde mai uguali a se stesse. Il prefatore del volume Melo Freni presenta Giuseppe Risica come un poeta non incline alle mestizie " che sono proprie di tanti poeti agli esordi (o quasi), e le convoglia invece, con abilità e consapevolezza, in una più vasta e intensa indagine, il cui obiettivo è fortemente introspettivo. " Gli antichi echi siculi si frammischiano alle mature esperienze classiche e professionali dell'autore e la sua poetica risulta essere una confessione interiore con metafore disilluse. Ha guardato, ha amato, ha assaporato ovunque salsedine che ha rivestito i suoi ricordi (dell'autore) e poi " la porta era sbarrata:/ fu inutile bussare, forzare/ la maniglia arrugginita./ Forse conveniva rimandare,/ rinnegare l'offerta, tornare/ a passeggiare sulla spiaggia./ (Da " La porta "). Ha cercato ed ha trovato un filo conduttore che ha attraversato ogni stanza di poesia, ora entrando ora uscendo da liriche che non mentono sulla soglia dell'anima, perché riflettono uno stato interiore privo di miraggi, anche se spira lo " Scirocco. Poi giunse forte dalla terra santa/ il grido di guerra dei templari/ mischiato a piume foglie e petali/ strappati a qualche rosa del deserto./ " Un dilatarsi di versi " su nuove e antiche forme " come propaggini capaci di oltrepassare il mitico stretto di Scilla e Cariddi per raggiungere la terraferma, vista come un metafisico pentagramma custode di note silenziose e penetranti come la poesia di Giuseppe Risica.

 

 

MARIA GRAZIA MURDACA:

  << La rimembranza, quanto più è lontana, e meno abituale, tanto più innalza, stringe, addolora dolcemente, diletta l’anima…. Quasi tutti i piaceri dell'immaginazione e del sentimento consistono in rimembranza>> scrive nello “Zibaldone” Giacomo Leopardi.

Memoria e ricordo diventano, quindi, le chiavi d’accesso per vivere il presente, sulle orme di un passato spesso doloroso, qualche volta incomprensibile, altre ancora inevitabile, spalancando le porte della quotidianità alla pallida conoscenza dell'ignoto, del tempo, del nulla.

E’ proprio da qui che, sasso dopo sasso, si concretizza “Su nuove e antiche forme” di Giuseppe Risica, una singolare composizione poetica in cui l’autore scava come con un bisturi, mettendo a nudo l’indecifrabile grigio della sorte, attraverso l’utilizzo della metafora tagliente e oculata, di alcuni tagli ermetici, con uno stile personalissimo, evidenziando quella sorta di pessimismo congenito che, sul piatto della bilancia della vita, oscilla tra onirica illusione e ineludibile realtà.

Nella trasposizione poetica, l’Autore, immortala le immagini in magiche incognite congiungendone con un filo sottilissimo i lemuri che uniscono e spezzano l’equilibrio della carne e dell'anima, nel consapevole passaggio fra vita e morte, gioie e dolori, attimi ed eternità. Un balsamo mistico e struggente di tarli, risposte, interrogativi, abbandoni, amalgamati in effigie d’alabastro e trafitti sospiri, e incisi come geroglifici sulle pareti di una mappa ancora da completare.

Attraversando in punta di piedi le parole, spesso mimetizzate da una corteccia dura quanto sapiente, mi sono addentrata nel cerchio concentrico di quell'albero oramai maturo che ingloba in sé i suoi anni ed il suo sapere, cosciente della caducità esistenziale dell'uomo e degli oggetti che, attori e spettatori, cedono il posto agli spettri lungo il tempo del destino, dove il fragile vascello segue incerto le limpide oscure acque del suo mare.

 Ed il mare continua ad essere il perno intorno al quale tutto gira per Risica, e del resto non potrebbe essere altrimenti, considerando il fatto, d’indubbia evidenza, che nelle sue opere c'è una palese simbiosi con quest’elemento affascinante e misterioso col quale lo Stesso, s’identifica.

Afferma Friedrich Ruckert <<…Speranze dietro speranze svaniscono, ma il cuore continua a sperare; un’onda dietro l’altra si rompe, ma il mare non si esaurisce. Che le onde si abbassino e si sollevino, è questa appunto la vita del mare; e che si speri di giorno in giorno, è così fatta la vicenda del cuore>>.

Sezionando per ben tre volte l’intero libro (quasi come a volerne captare l’essenza), sono inevitabilmente scivolata in quelle perfette immagini, catturata da una magia quasi reale che abbandona la mente al trasporto emotivo.

La sua poesia, strettamente agganciata al silenzioso orologio che scandisce quasi inavvertitamente gli eventi, ruota attorno a quell’analisi sviscerata e spirituale di tribolati felici giorni e meditate consapevolezze che purificano persino i dispiaceri e li innalzano a fiduciosa speranza, pur essendo avvolti dalle coperte della rabbia che inconsciamente si ribella alla rassegnazione. Mi è sembrato di scorgere da un lato, la figura del saggio assorto nella contemplazione di se stesso e del mondo; dall’altro, il nascosto alchimista intento a mutare la subdola materia per contemplarne finalmente la sintesi.

Adoro riflettere l’ironica licantropia che schiva il sangue…; l’immagine di quel nodo serrato alle budella…; il gatto ignaro della sua ultima vita…; la tazza di porcellana inglese…; la mappa distesa sopra il tavolo zoppo…; il suono delle chiavi nella toppa…; quella canna spezzata dal vento di maestrale…; l’amico fraterno, forse, troppo amato dagli dèi,   per   questo,   rapito   ai   suoi    giorni…

Una guerriglia d’immagini che nascono da un malessere esistenziale dietro il quale (al contempo), si cela, pur contraddittoriamente, un indole estremamente energica, decisa conseguenza di quell’anima idealista che s’introflette, si guarda, si giudica e tende a ricondursi a quel canale primigenio da cui tutto assume forma.

Alcuni corpora dell'autore utilizzati (forse casualmente), mi hanno rievocato gli eterni poeti maledetti, ma, senza ombra di dubbio, ciò che ho letto, nulla ha di reiterato, né tanto più assomiglia a qualche fotocopia fantasma, come spesso accade a quanti mancano d’originalità.

La vita abbandonandosi ai silenzi e alla solitudine, consuma come una candela i giorni migliori e fugge come l’acqua del ruscello che non risale la china, mentre statutario rimane il museo dei ricordi…

Desiderando esprimere un modesto giudizio su quest’opera non posso eludermi dal dire che l’alcazar di Giuseppe Risica”, Su nuove e antiche forme”, accede a quel piano elegante e di sublime raffinatezza già propri di un suo precedente libro”Mare dentro mare”, ma qui, inequivocabilmente, coronato da un ulteriore profondità, emotività, trasparenza, verità.

Nel congratularmi per l’opus perfectum, colgo l’occasione per auspicare al Maestro, un prossimo “fotogramma fragile alla luce”.

 

 

ROBERTA PANIZZA:

Giuseppe Risica, poetica creatura marina dalle sembianze umane, lo sa bene: l’acqua che infiltra non si può a lungo celare, così anche la poesia può essere solo un momento arginata appoggiando la penna sul foglio lasciato di proposito bianco, ma essa finisce comunque con lo sgorgare dal cuore.

Se la poesia è, non la si può negare.

Come non si può negare il sonno alle membra stanche ed i sogni ad una mente razionale, così non si può negare neppure un solo verso a chi, malato di poesia, trova in essa lo sfogo ristoratore a tormenti e tempeste interiori.

Tornano i pescatori a riva dopo le fatiche del mare, e in quel ritorno è il senso di tanto sudore, e torna il Poeta alle sue carte, a riporre, ordinare e ripensare i gesti, le parole, i desideri e i sentimenti, e nella sosta si rigenera e sicuramente illumina i difficili giorni della fatica e del quotidiano.

Che la poesia è forse anche movimento l’ho già detto altrove e in questo caso tale constatazione può probabilmente acquistare maggior senso poiché, effettivamente, con “SU NUOVE E ANTICHE FORME”, la nuova raccolta di poesie di Giuseppe Risica, il Poeta esplora nuovi modi di espressione e chi conosce le sue poesie precedenti a queste lo sente fin dalla prima lettura dei versi contenuti in queste pagine.

Presenze certamente costanti rimangono il mare ed i suoi contorni che però sono qui meno visibili, più che altro una traccia da seguire per il nuovo viaggio che si presenta, fin dalla partenza, come un susseguirsi di immagini, flash di pochi attimi di luce a svelare un’anima in tormento e che lasciano pensosi e stupiti con una sensazione dolceamara  tra la bocca e il cuore.

Come tutti i viaggi, anche questo inizia carico di giorno con la poesia LA SINTESI, seppur contornato da dubbi e interrogativi con QUALE ROTTA, ma ormai l’ancora è levata e già il Poeta, che non sa e non vuole sottrarsi al viaggio, percorre i flutti della propria anima, luoghi nei quali l’io razionale fatica ad addentrarsi, ma che la poesia fa emergere dalla nebbia: sogni, ricordi, bonacce di malinconia e fondali di dolore in forme che dipingono la passione e il sentimento.

L’orizzonte è ampio e si allarga anche sulla terraferma portandoci i colori, i sapori e i profumi della Sicilia, inevitabile personaggio di questi versi, colore di fondo al quadro sul quale compaiono in successione anche gli affetti del Poeta: il padre, la madre, l’amico e figure che percepiamo come presenze indistinte, immaginate o meno, pensate o desiderate, figure comunque che in virtù di tutto questo esistono e queste righe svelano.

Non potava mancare l’amore, pulsione alla quale, credo, nessun verso di poeta riuscirà mai a sottrarsi, ma sembra quasi che in questo caso chi scrive voglia giocare, scherzare con questo sentimento offrendoci poesie ironiche che strappano persino un sorriso malgrado lo scherzo non sia sempre a lieto fine. Così leggiamo: IL NODO, IL PORTACHIAVI, LA PELLE, IL TALISMANO e ADDIO.

Dove però finisce lo scherzo si incontrano versi che, addentrandosi nei luoghi segreti dell’anima, possono farlo solamente servendosi di metafore, di similitudini e di tutti quegli strumenti che la poesia mette a disposizione del Poeta per fare in modo che il lettore non rimanga folgorato dai lampi dell’anima e accecato dai suoi antri a volte profondamente bui, altrimenti insondabili.

Nascono quindi poesie come LICANTROPO che ci conduce leggera e quasi noncurante al brivido finale, TEMPESTA, A VOLTE, CREPUSCOLO, DIVENIRE, SILENZIO  e DIES IRAE.

Non solo l’amore per la conoscenza rende però gradevole il percorso tracciato dal Poeta, anche lo stile di tale viaggio rende agevole il cammino, raccontato più che declamato, confidato più che svelato in un dialogo a tu per tu adatto a chiunque abbia abbastanza cuore da saper ascoltare.

Ed ora non posso non mostrarvi brevi saggi di poesia celati tra queste pagine che meglio di tante parole possono spiegare per quale motivo già in tanti amano la poesia di questo autore:

 

“Quindi avvenne le sintesi

non so quanto aspettata, certo

voluta perché l’alchimia

compisse il suo percorso,

il cerchio sospeso

in mezzo  ai quattro punti cardinali…..”

 

“…Le mie fughe soltanto diventavano

frequenti ma distratte ricadevano

sulla soglia, senza far rumore….”

 

“…Sei una canna spezzata, madre,

e il vento di maestrale t’attraversa…”

 

“…Ho fatto un nodo assai serrato alle budella,

gordiano, così da non poterti digerire…”

 

“…Le rondini tentavano la mente..”

 

“…Germoglia la pioggia dall’alito

del mare, avvicinando agli occhi

l’orizzonte…”

 

“...Padre, e il vuoto che risvegliano i miei passi

è affanno che stringe.”

 

“Era fitta di croci irregolari

l’ampia ferita che tagliava

in due esatte metà il litorale,

confine artificiale tra la resa

e la partenza, il passero

e il gabbiano, il bene e il male…”

 

“E’ difficile divenire silenzio,

pietra finalmente levigata

sopra giacigli nudi d’alghe…”

 

“…Ora

il lembo estremo del fiume

ha levigato le pieghe del cuore,

perfezione che somiglia al nulla….”

 

BUONA LETTURA!

 

 

RAIMONDO VENTURIELLO:

(...) Autorevolmente riconosciuta a Giuseppe Risica la patente di “poeta di razza”, solo “en passant” rileviamo che si tratta di poesia colta e raffinata – ricercata nel lessico, smagliante nello stile, di grande musicalità nella scioltezza del verso libero – e subito entriamo nelle pagine della sua nuova performance in versi, "Su nuove e antiche forme", alla ricerca dei contenuti salienti del suo messaggio.

La sequenza iniziale di liriche credo rappresenti significativamente sia l’approc-cio al “poiein” seguito dall’Autore, sia l’ampiezza dei moventi ispirativi.

Le prime due – “Negativi” e “La sintesi (pp. 9 e 10) – dànno già conto dello smisurato campo d’indagine cui il poeta volge lo sguardo e nel quale egli coglie l’uomo alle prese con le sfuggenti coordinate esistenziali: il tempo e la storia, il divenire e la conoscenza.

Le successive quattro liriche – “Quale rotta”, “L’assedio”, “Attesa” e “I morti” (pp. 11-14) – vedono protagonisti gli impulsi primigeni che spingono l’uomo a compiere un faticoso cammino lungo sentieri che, non delineati, intende pur scoprire e tracciare.

Seguono altre sei composizioni – da “Allora cominciavo” a “Una maga mi predisse” (pp. 15-20) – in cui si vede come la tenace volontà nell’accogliere la sfida anzidetta debba fare i conti, sempre salati, con le vie impervie della conoscenza.

A questo punto il poeta, pur ritrovandosi ancora in terra di nessuno, non solo non si perde d’animo ma appare deciso a misurare le proprie capacità di proseguire e quindi ad interrogare anzitutto se stesso.

Così, dopo il nucleo compatto di liriche introduttive, si passa ad una sorta di serrato “ping pong” dell’io poetante, introspettivo sì, ma anche proteso all’altro da sé, per conferme e riscontri.

La frontiera della ricerca si fa ora frastagliata, con rotture di continuità fra avamposti di certezze e retrovie di dubbi. Ed il poeta scrive il suo diario dalla trincea, che è fatto anche di scorrerie verso il confine metafisico – come in “Scirocco”, “Cotidie” (p. 24-25), “Addio” (p. 59) – ma che è prevalentemente indirizzato a nuclei tematici i quali vanno:

-       dall’autoanalisi, con particolare riferimento ai limiti umani – come in “Da qualche tempo” (p. 21), “La porta” (p. 27), “L’ultimo diluvio” (p. 35), “Tempesta” (p. 42), “Non vedo più” (p. 55) ed altre – alla via salvifica memoriale, quale complesso di esperienze e modello di riferimento, che tocca vette ed intensità cospicue in “Madre” (p. 26) e “Padre” (p. 39);

-       da momenti che rasentano la rassegnazione – come in “Torpore” (p. 33), “Il lutto” (p. 41), “La casa” (p. 63), “Dies irae” (p. 65) – alla caparbia volontà di reazione, che è particolarmente incisiva in “Il viaggio” (p. 49) e “Gli occhi dell’addio” (p. 64).

L’andamento che caratterizza la parte centrale di “Su nuove e antiche misure” – che si potrebbe definire a stringhe tematiche o, volendo, per frattali emozionali di variabile intensità o rilievo – si attenua nella parte conclusiva della silloge fino a ricomporre una sequenza omogenea di liriche, che vanno da “Dopo il naufragio” (p. 72) in poi.

In esse Giuseppe Risica in qualche modo chiude il cerchio del suo messaggio, quando riprende dai temi d’apertura quello più scottante della conoscenza, ridandogli peraltro un vigore nuovo, anzi rinnovato e rinvigorito.

Qui il poeta appare meno disorientato e si inoltra ormai nella terra di nessuno reso sicuro da una bussola della conoscenza che è ora polarizzata ed il cui ago gli indica la direzione: quella splendidamente rappresentata in “Sovente me ne vado” (p. 76).

Al termine della lunga marcia che “Su nuove e antiche forme compie”, ci attende l’oasi. E lì c’è, pronto come goccia che scava la roccia, il grimaldello che scardina ed apre varchi alla consapevolezza ed alla conoscenza: la Poesia.